Vogliamo parafrasare il titolo del nuovo album di Davide Combusti (The Niro)? Un album perfetto? Sì probabilmente lo è, di pop così in Italia se ne fa ormai poco, questo livello di produzione, queste canzoni così belle tutte assieme, è cosa rara.
Davide lo fa capire subito con Un mondo perfetto che stiamo per ascoltare qualcosa di speciale. Speciale sono produzione e arrangiamenti, condivisi da The Niro con Roberto Procaccini con interventi anche di Francesco Arpino che si occupa anche delle programmazioni.
Cara, Dormi e Non mi basta tengono altra la tensione dell’ascolto sino all’arrivo di Never Fall In Love, cantata in inglese, dove è protagonista la voce dalla tonalità alta di Davide, usata sapientemente su quel registro in tutto l’album.
Il tormentone Stiamo bene ci accompagna all’incanto di I Just Wanna Dance con un ritornello incisivo in inglese e caratterizzata dal suono della kora suonata da Kaw Dialy Mady Sissoko. Micidiale invece l’accoppiata Replay e Per poi rinascere, forse le migliori del lotto assieme alla title track.
Due canzoni davvero “perfette” nel mondo perfetto di The Niro. Chiusura acustica con Certi amori, una conclusione degna per un album davvero di un altro livello.
(da Vinile 40, ottobre 2023)
UN ALBUM PERFETTO
Intervista di Alberto Menenti
Davide Combusti, The Niro, ha da poco pubblicato UN MONDO PERFETTO, nuovo bellissimo album, che sta già ricevendo ampi consensi tra addetti ai lavori e appassionati. Ne abbiamo approfittato per fare con lui il punto della situazione
L’appuntamento per l’intervista con Davide Combusti, alias The Niro, è fissato per le undici e trenta di una assolata mattina di giugno, in un ben noto bistrò di Torpignattara, il quartiere romano dove vive. Ben conoscendo le sue abitudini notturne, la prima domanda che mi sono sentito di fargli è: cappuccino e cornetto o aperitivo? La scelta è caduta su uno spritz accompagnato da un cestino pieno di pizzette e rustici: il salato va bene a ogni ora. L’occasione è data dall’uscita del suo nuovo album, UN MONDO PERFETTO, per l’etichetta Esordisco del compianto Pierre Ruiz ora guidata da sua moglie Paola Cimino e da suo figlio Antoine. Ma la nostra chiacchierata spazia lungo tutta la sua carriera, e tocca momenti anche molto privati ed emozionanti.
La colazione salata riporta un po’ alle English Breakfast londinesi: è proprio da Londra che è cominciata la tua avventura…
Era il giugno 2006. Mi ritrovai ad aprire un concerto di Carmen Consoli a Londra, perché lavoravo con Gianluca Vaccaro, che era anche il suo produttore artistico. Durante il tour “Dal Simeto al Tamigi” aveva fatto sentire alla band di Carmen alcuni brani che stavo registrando. Mi arrivò una telefonata, e quando risposi sentii dall’altra parte un applauso fragoroso, un’ovazione: erano i musicisti della band, tra cui Puccio Panettieri e Santi Pulvirenti che ancora collaborano con me. Mi comunicano che avrei dovuto aprire la data di Londra. Così mi ritrovo a suonare al Camden Center. Finito il mio set – ricordo che era presente anche Federico Guglielmi, biografo di Carmen – torno nel camerino e trovo la Consoli commossa, con gli occhi lucidi. “Sei un angelo caduto dal cielo”, mi dice davanti a un Guglielmi sbigottito. Al concerto aveva anche assistito un emissario della Universal inglese, che chiama la consorella italiana consigliando di seguirmi. Da quel momento, Gianluca fu subissato di chiamate dalle Major, ma firmai quasi subito con la Universal.
Trovo che non sia casuale che la tua carriera sia partita proprio da Londra: tu non sembri appartenere alla categoria del cantautore italiano propriamente detto…
Io non mi sento né anglofilo al cento per cento, né totalmente inserito nella categoria dei cantautori: io fuori dalle definizioni cerco solo di esprimere quello che ho dentro. E non dipende neanche completamente dagli ascolti, secondo me: a casa mia si ascoltava moltissima bossa nova, ad esempio, ma questo mi ha influenzato poco. Un discorso diverso è quando scrivo su commissione, come nelle colonne sonore, dove devo immaginare dei frammenti di vissuto – anche quelli quasi completamente miei – e allora posso spaziare tra i generi, anche da me normalmente poco frequentati, ma alla fine esce sempre fuori quello che sono io.
E il fatto di essere figlio d’arte (Davide è figlio di Giordano Combusti, batterista de I Centauri) in che modo ti ha influenzato?
Si tratta solo di DNA: non mi ha mai insegnato niente, direttamente! Mio padre era veramente fenomenale, aveva quello stile anni Sessanta alla Mitch Mitchell, ma anche alla Keith Moon. Era puro istinto, non poteva insegnare, potevo solo assorbire da lui ascoltandolo.
E il nome The Niro da dove viene? È un puro e semplice gioco di parole o c’è qualcosa di più, sotto?
I miei primi esperimenti musicali li feci nella mia cameretta. Provai a fare delle sovraincisioni, suonando tutti gli strumenti. Vennero fuori sette brani, che feci sentire a una ragazza che mi disse: “Ma cosa stai aspettando?”. Quella per me fu un’illuminazione. All’epoca suonavo la batteria in tre band. Le mollai immediatamente e formai il mio gruppo. Visto che quelli che ascoltavano i brani dicevano che sembrava musica da film, valutammo alcuni nomi legati al mondo del cinema, e The Niro ci sembrò il più simpatico.
Tolta la parentesi del JEFF BUCKLEY SONGBOOK con Gary Lucas, i tuoi ultimi due album originali sono completamente in italiano, anche se tra 1969 e UN MONDO PERFETTO passano circa nove anni. Oggi ti senti più The Niro o Davide Combusti?
The Niro e Davide coincidono talmente tanto che non riesco a distinguerli. Io non riesco a mantenere un personaggio, sono esattamente identico sul palco e nella vita di tutti i giorni. In questo senso è la stessa cosa anche la lingua che scelgo per esprimermi. Potrebbe essere legata alla ricerca di sonorità diverse, ma sotto ci sono sempre io.
Parliamo di UN MONDO PERFETTO, e cominciamo dalla copertina, che è una tua creazione grafica.
Forse dovrei lasciar fare qualcosa a qualcun altro! Sì, la scoperta del mio amore per la grafica è recente: nel marzo 2022 apro una pagina dal titolo altisonante: Illustri Illustrazioni, che facesse da contrasto estremo al fatto che io non sapessi neanche togliere il tappo a un pennarello! Nel giro di pochissimo tempo invece partono mostre, cartoni animati, usando solo Uniposca bianco su cartoncino nero. I curatori delle mostre, gli stilisti di collezioni di moda che usano i miei disegni mi raccomandano di fare le cose “con lo stile mio”, ma io nemmeno lo sapevo di avere uno stile! Quindi era inevitabile che mi occupassi io della grafica del disco.
UN MONDO PERFETTO esce con l’etichetta Esordisco che fu di Pierre Ruiz.
La perdita di Pierre è stato un colpo mortale per me. La settimana prima della sua scomparsa avevamo addirittura parlato di aprire un locale insieme. Io stavo già lavorando a questo disco con la sua supervisione. Era come se avessi finalmente trovato qualcuno dopo aver perso Gianluca Vaccaro. Pierre, tra l’altro, era molto amico di Gianluca. Perdendo Pierre è come se fossi rimasto orfano di nuovo. Ma non di un discografico: ho perso una persona con cui sognare. La terza in pochi anni: prima mia madre, la persona che mi ha insegnato la curiosità; poi Gianluca e infine Pierre.
Pierre è stato fondamentale anche per il tuo album con Gary Lucas.
Inizialmente io non avevo l’intenzione di partecipare al progetto: anche se Gary Lucas voleva la mia voce, il paragone con Jeff Buckley non lo sentivo tanto mio. Tanto è vero che già quando erano uscite le recensioni ai miei primi dischi che accostavano la mia voce a quella di Buckley io non ne ero proprio felicissimo: non volevo diventare il “Jeff Buckley dei poveri”. Io non volevo essere nessun altro se non me stesso. Però quando Lucas mi inviò gli inediti cantati da Jeff Buckley rimasi folgorato e accettai il progetto. Francesco Arpino mi propose Pierre come discografico. Lo chiamai, parlammo a lungo e Pierre mi disse che avrebbe prodotto l’album per un motivo specifico: era fan sfegatato di Frank Zappa, che aveva prodotto alcuni dischi di Tim Buckley, il padre di Jeff, e questo creava un legame!
Tornando a UN MONDO PERFETTO, ritengo sia un po’ il tuo disco della maturità, un punto d’arrivo. Che accoglienza sta avendo?
Non dovrei dirlo io, ma sono molto sorpreso da alcune recensioni, che parlano di “un colpo al cuore”, “un disco che fa tremare le membra” eccetera. Sono felicissimo, naturalmente, e so che una grande parte del merito va ai miei musicisti. Io mi sento fortunato, perché non ho mai bisogno di dare grandi indicazioni. Quando un musicista vale non può essere ingabbiato, ma va lasciato libero di esprimersi. Maurizio Mariani, Puccio Panettieri, Roberto Procaccini, Roberto di Virgilio sanno che quando suonano con me quello che chiedo loro è di essere se stessi, perché poi, una volta entrati in sintonia, tutto torna, sempre.
(da Vinile 39, agosto 2023)
fotografia di Paolo Soriani






