Pino Daniele
TERRA MIA

LP EMI, 1977

di Alberto Marchetti

Non c’è album di Pino a cui sia più legato, di più, è uno degli album che più spesso ascolto di quegli anni, insieme a BURATTINO SENZA FILI e STORIA DISONESTA. Per essere un esordio è qualcosa di incredibilmente forte, maturo, omogeneo, quasi una crestomazia di ciò che avrebbe avuto modo di sviluppare negli splendidi album successivi, certamente con una proliferazione e omogeneo assorbimento di infinite influenze globali ma anche con una progressiva perdita di territorialità e spontanea congenita freschezza.

TERRA MIA, per uno che si è sempre definito soprattutto musicista, è un album dove i testi hanno un ruolo fondamentale, sono la lava eruttiva di un giovane che, nato in privazione nei bassi di Napoli, aveva la necessità vitale inarrestabile di raccontare le magnificenze innate e le infinite ingiustizie umane di una città mondo che conosceva fin troppo bene e nella quale automaticamente avrebbe calato, in simbiotica catabasi, chiunque si fosse trovato ad ascoltarlo in quella straordinaria prolifica epifania.

E’ quello che accadde a Claudio Poggi, giovane cacciatore di talenti in quella Napoli così gravida di estrosa creatività, al quale Pino aveva consegnato, dopo un concerto coi suoi Batracomiomachia (che già aveva tra i componenti Rosario Jermano, Rino Zurzolo e l’aulete Enzo Avitabile, mica paglia), una cassettina Agfa con quattro brani di cui tre già esplicito manifesto: Ca calore, Libertà e Maronna Mia (’O posteggiatore, inedita allora, sarebbe diventata poi Abusivo tanti anni dopo, nel 2015, su NERO A META’ LIVE).

E’ quello che accadde anche a Bruno Tibaldi della Emi che, prestatosi successivamente all’ascolto restandone folgorato, convocò a Roma Pino e Claudio, subito incaricato come produttore artistico, per avere ragguagli su altri brani e per pianificare progetti ed evoluzione.

Incredibilmente lo stesso giorno della firma del contratto Emi il giovane chitarrista, squattrinato e quasi disperato, avrebbe avuto anche un colloquio in Alitalia per un posto di assistente di volo. Ma Dio non volle perdersi quelle splendide composizioni.

Ca calore e Fortunato diventarono quindi, nel 1976, le due facce del primo 45 giri.

Nel 1977 cominciò la registrazione dell’album d’esordio che prevedeva, in prima stesura, Saglie saglie in due versioni ad apertura e chiusura, Na voglia ‘e jastemmà (rimasta inedita e finita poi su TRACCE DI LIBERTA’ a fine 2015), Ce sta chi ce pensa, Terra mia, Libertà, ’O padrone, Fortunato, Chi po’ dicere, Suonno d’ajere, Maronna mia. Poi Pino si presentò con altri tre brani scritti, pare, in pochi giorni (così racconta Claudio nel suo libro TERRA MIA, mentre Pino in un’intervista narrerà di aver scritto Napul’è già a diciotto anni: ma a noi che importa se realtà e leggenda si confondono?), tre brani dicevo, autentici capolavori, che stravolsero la scaletta dell’album.

Quello che ne venne fuori fu questa magnifica parata che non presenta punti deboli, che riesce a coniugare malinconia macerante ed esuberante ironia; denuncia sociale e poesia del quotidiano; urgenza di vita e indignazione; spaccati di esistenza semplice e genuina e sfacciato malgoverno; partecipazione alla comunità e intime digressioni esistenziali; una napoletanità forte come non mai dalla quale oggi non si può più assolutamente prescindere, che pesca addirittura con sfacciataggine alle villanelle del cinquecento, e suoni e ritmi che vanno, in sfrontata e caotica convivenza, dal blues del delta del Mississippi al rock, al jazz, allo swing.

Un miracolo di commovente bellezza immutato nel tempo.

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