Silvia Conti
HO UN PIANO B
RadiciMusic Records, 2024
di Michele Neri / Alberto Menenti
Secondo album per Silvia Conti che già tanto aveva colpito con A PIEDI NUDI qualche anno fa.
Il seguito di quell’album meraviglioso è qualcosa di completamente diverso: la festosità e la psichedelia di quelle belle pagine hanno lasciato posto al granito di un disco compatto, venato di rock dall’inizio alla fine, grintoso e suonato magnificamente dagli stessi musicisti presenti nell’esordio: Fabrizio Morganti, Lorenzo Forti e Lele Fontana, guidati da Gianfilippo Boni e Bob Mangione.
Si aggiungono anche Francesco Moneti e Gennaro Scarpato e poi ci sono ospiti come Marco Cantini, Marilena Cattapano, Cristina Banchi e Mani Naimi.
Questo è un concept album nella veste sonora ma in fondo anche nei contenuti lirici, pur in presenza di tematiche differenti, tutte però afferenti la condizione e il rispetto dell’uomo, della donna e della libertà. Si parla di bullismo (la commovente Farfalla) e di condizione femminile (l’urgente Lucciola).
Poi un vibrato omaggio rock-blues a Erriquez della Bandabardò e una ballata intima come Moltitudini. La lunghissima L’uomo della montagna con il suo incedere ipnotico, offre un’altra angolazione sonora a questo caleidoscopio rock che è l’album di Silvia.
Settembre indaga l’umanità, intesa come atteggiamento verso il prossimo e non come moltitudine di persone mentre Van Gogh è la cover di un brano di Gianfilippo Boni. A chiudere l’album un’altra cover, Bella ciao, offerta in una versione balcanica particolarmente riuscita. Ho lasciato per ultima Inverno 44, una delle canzoni più vecchie di questo disco, basata su un sogno del padre di Silvia durante la prigionia in Serbia nell’ultimo periodo bellico mondiale (ultimo?).
Una canzone toccante, di un’intensità unica, che completa un disco prezioso, che carezza e schiaffeggia le emozioni dell’ascoltatore, che lo trascina in un viaggio nella propria coscienza, che non dà risposte ma magari amplifica le domande, quelle grandi, cui è sempre più urgente cercare risposte.
(da Vinile 42, febbraio 2024
CON LA VITA CHE MI ESPLODE DENTRO
Intervista a Silvia Conti
di Alberto Menenti
A volte la vita riserva svolte davvero inaspettate. Il disco di Silvia Conti, realizzato in collaborazione con il suo chitarrista, arrangiatore e compagno di vita Roberto Bob Mangione era già pronto prima del lockdown. Solo che era un altro disco. Quello uscito l’otto gennaio di quest’anno è un prodotto che ha molto poco a che vedere con quello che era stato pensato, progettato e realizzato allora: in realtà dell’album originario conosciamo un solo singolo, quel L’incrocio del diavolo che fin dal titolo rivela la natura blues di cui il lavoro era intriso. HO UN PIANO B (RadiciMusic Records) registrato e mixato da Gianfilippo Boni, si riveste invece di suoni aggressivi ed acidi di un rock senza mezzi termini, che si rivelano all’ascolto il codice migliore per veicolare le tematiche non facili trattate nell’album.
Silvia, tu esordisci come artista mainstream. A me interessa sapere come sei arrivata alla canzone d’autore partendo da una vittoria nel 1983 a Castrocaro e poi una partecipazione nel 1985 a Sanremo (con il brano Luna nuova), quindi rivolgendoti a un target e a un mercato assai lontani da quelli a cui fai riferimento oggi.
In realtà io nasco come cantante e interprete, e presumevo che la mia carriera sarebbe stata quella. Ma gli anni Ottanta non erano anni facili, a meno che non si avesse un progetto importante da portare avanti, come ad esempio avevano i CSI, i Litfiba, o i Diaframma. Io allora ero in CBS, e questo paradossalmente non era un vantaggio, perché mi trovavo ad essere una tra i tanti. L’unico dato positivo era che, avendo vinto Castrocaro, ero legata a Gianni Ravera, e questo rappresentava la garanzia per la mia etichetta che finché fosse stato vivo lui avrei partecipato a Sanremo ogni anno. Ravera però venne a mancare solo due anni dopo, e così persero interesse in me. Mettiamoci pure che allora il mio carattere non era proprio accomodante, e non riuscivo a sopportare le cose terrificanti che mi facevano fare. Ad esempio, avevo cominciato a lavorare con Aldo Tagliapietra: quando lui scrisse la canzone che portai a Sanremo ne venne fuori un pezzo fantastico, inconfondibilmente firmato Le Orme. L’etichetta però cambiò sia il testo che l’arrangiamento, fino a renderla irriconoscibile. Quando andai a registrarla, a Milano, mi aprì lo studio Aldo che scuoteva il capo dicendo: “Non c’è più nulla…”. Quindi poco dopo la morte di Ravera io chiesi la liberatoria e me ne andai.
Avevi già cominciato il tuo percorso nel teatro?
No, quello l’ho iniziato dopo. Il teatro è un’attività che andrebbe praticata da tutti quelli che vogliono stare su un palco, perché aiuta non solo a capire come ci si deve muovere, ma soprattutto a dare voce alle migliaia di persone che ognuno di noi ha dentro, e anche ad accettare delle parti di te che non ti piacciono. Questo ha a che fare anche con la svolta fondamentale della mia vita, e cioè un percorso di analisi che mi ha risollevato dopo il tracollo della mia carriera musicale, su cui io invece avevo puntato tutto. Io, fin da che ho memoria, ho sempre pensato che nella mia vita avrei fatto quello. Quando gli altri bambini giocavano tra di loro, io me ne stavo nella mia cameretta a disegnare copertine di dischi. Invece dopo quella delusione sono stata qualche anno addirittura senza mai nemmeno ascoltare musica. Ero caduta in una sorta di depressione: non riuscivo a capire cosa non andasse in me. L’analisi, come pure il teatro, è stato un percorso altamente liberatorio. È come se mi avessero dato finalmente le chiavi per aprire delle porte. Da lì ho stravolto completamente la mia esistenza: mi sono separata dal mio primo marito, che tra l’altro era un chitarrista molto bravo, e mi sono messa a suonare la chitarra e a scrivere tutto quello che avevo dentro. Poi ho incontrato Roberto. Lui riesce a sintonizzarsi con quello che ho nella testa e a elaborarlo in maniera completa. È capace di restituire nei suoni quello che io provo a livello di sensazioni. È così che formiamo un corpo unico, come ho voluto rappresentare all’interno del disco con il simbolo del Tao.
A proposito della copertina del disco, quando l’ho vista ho fatto un salto e mi sono detto che mi ricordava qualcosa… (in realtà è una citazione dalla copertina del disco HORSES di Patti Smith del 1975 n.d.r.)
In realtà tutto il disco è pieno di citazioni, che speriamo che verranno colte da chi lo ascolta!
Una delle cose che sorprende in questo nuovo disco è l’estrema cura nei suoni e negli arrangiamenti. Un’energia fuori dal comune, che rafforza anche la tua interpretazione.
Rispetto al progetto del disco prima del lockdown abbiamo dovuto fare un grande lavoro di sottrazione. Noi avevamo in mente un disco blues. Durante la chiusura forzata però abbiamo continuato a scrivere, ed è venuta fuori un’altra cosa. Abbiamo quindi scartato tutti i pezzi blues, perché non avevano più senso. Magari più avanti verrà fuori un disco blues, perché a fare quei pezzi ci eravamo divertiti parecchio.
Arriva Bob e si unisce alla conversazione.
Notavo anche come questi suoni si sposano perfettamente con le tematiche contenute nel disco, che non sono tematiche semplici. C’è il tema ricorrente del femminile, come nei due brani che preferisco: Lucciola e Farfalla…
B.: Sono quelli che piacciono di più anche a me.
Sì perché trattati in maniera assolutamente non retorica, ma con una vena poetica che li rende notevoli.
B.: Proprio perché nati in clima di lockdown, contengono tanto di questo tempo bislacco che abbiamo passato.
Anche il brano Settembre ha questo colore così scuro, mi sembra che contenga un senso di pesantezza non fine a sé stesso ma che prelude a un impegno…
S.: Settembre mi sembra che rispecchi in pieno il periodo che stiamo vivendo a livello sociale, politico e umano. Quando si compone, poi, necessariamente si restituisce un po’ di quello che si ascolta. Noi ascoltiamo molto raramente musica italiana, quindi le sonorità di questo disco risultano, secondo me, più articolate rispetto a quello che offre lo scenario della musica italiana contemporanea.
B.: Quello in cui questi brani sono nati è stato un periodo in cui tutti abbiamo vissuto una dimensione di vita altra, rispetto a prima. Questo ibrido tra memoria di felicità passata e un presente invece non particolarmente felice risulta però godibile all’ascolto, forse proprio perché si tratta di qualcosa che abbiamo vissuto tutti.
Il brano Il filo d’argento, dedicato ad Enrico Greppi, l’Erriquez della Bandabardò, è davvero struggente.
S.: La morte di Enrico è stata per me una cosa molto dolorosa da affrontare. È stato uno degli uomini che ho amato di più nella mia vita. Una persona che ho conosciuto nel momento della rivoluzione della mia esistenza e che quindi rappresenta per me tutta la Silvia nuova. La canzone l’ho scritta solo pochi giorni dopo la sua morte, ed è venuta fuori in pochi minuti. È stata una catarsi sia per me che per Bob che l’ha arrangiata. È molto bella, perché penso si colga la sua sincerità, ma è l’unico pezzo che vorrei non avere mai scritto.
Un’altra figura importante presente nel tuo disco è quella di tuo padre, Silvano Tognelli, del quale è appena uscito il libro GLI ANNI SPRECATI, scritto nel 1989, del quale si coglie un riflesso nel brano Inverno 1944 (Mačkatica).
S.: è qualcosa a cui tengo molto, e che volevo che uscisse in concomitanza con il disco, tanto è vero che non mi sono addentrata nei percorsi editoriali consueti ma ho voluto pubblicarlo con un servizio editoriale online, proprio per restituire il libro così com’è. Ho fatto fare solo un po’ di editing per controllare i termini in serbo e in bulgaro contenuti nella narrazione, ma il libro esce proprio come è stato scritto.
Il disco si chiude con una bellissima versione di Bella Ciao, e anche il brano precedente si apre con Fischia il vento, a testimoniare la tua militanza politica.
S.: La militanza politica è fondamentale, per me, perché è quello che oggi manca più di ogni altra cosa e questo non ci permette di migliorarci. Stiamo andando alla deriva, e non possiamo arrenderci al peggioramento che stiamo vivendo su tutti i fronti. Chi ancora possiede un minimo di luce deve cercare di contagiare più persone possibili e di non chiudersi in una sorta di aristocratico disprezzo.
(da Vinile 42, febbraio 2024)







