Sambene
SENTIERI PARTIGIANI – TRA MARCHE E MEMORIA
FonoBisanzio, 2018
1. Nunzia, la staffetta (Gazich-Brandoni-Sonaglia)
2. Nenè Acciaio (Gazich-Lisei-Sonaglia)
3. Eraclio Cappannini (Cappannini-Brandoni-Gazich-Sonaglia)
4. Bebi Patrizi (Gazich-Lisei-Brandoni-Sonaglia)
5. Ruth e Augusto (Lisei-Sforza-Gazich-Sonaglia)
6. Elvio e Ivan (Gazich-Brandoni-Sonaglia)
6. Achille Barilatti (Gazich-Lisei-Sonaglia)
7. Derna Scandali (Lisei-Vivani-Sonaglia)
8. Erich, lo straniero (Gazich)
9. Il vento della memoria (Gazich-Lisei-Sonaglia)
10. Bella ciao (tradizionale)
Tra le mani questo disco, la copertina già mi sta invitando: l’erba alta la vedi ondeggiare e sulle guance sembra di sentire il vento fresco dell’alba (altri immagineranno la brezza del tramonto ma fa lo stesso).
La figura che si allontana sul naturale sentiero, nato dal passaggio continuo su erba e frumento, mi dà uno strumento visivo per svelare l’essenza del titolo: sentiero come reale collegamento tra luoghi e non solo percorso di vita.
E quindi i Sentieri Partigiani dei Sambene sono quelli dei ragazzi di quell’Italia divisa in due (e non solo metaforicamente) del dopo armistizio. Dieci canzoni e dieci storie di giovani partigiani, musicate da Marco Sonaglia, Michele Gazich e Lucia Brandoni (in Derna Scandali interviene Veronica Viviani) con sfondi caldi e sprazzi di colori squillanti; sinestesia questa che non riesce a rendere la bellezza e la forza, la dolce malinconia e la rinnovata determinazione che esce dai solchi di questo album – e uso la parola solchi impropriamente ma con visionaria coscienza e con la speranza di vedere questo album in vinile un giorno.
E se le musiche sanno emozionare, sono anche perfette per accompagnare l’ascoltatore in uno stato di coinvolgimento, persino militante azzardo, affinché possa godere dei bellissimi testi, tratti da racconti degli stessi protagonisti o ispirati alle loro storie.
Testi scritti da Roberta Sforza e Marco Sonaglia dei Sambene assieme al loro Direttore Artistico, Lucia Brandoni, al produttore Michele Gazich e a Luca Lisei.
Ma un disco, anche se figlio di un progetto filologico come questo, è alla fine un misterioso mix di voci e strumenti, arrangiamenti e armonie, melodie e pause. Partiamo dalle voci, le due femminili di Roberta Sforza e Veronica Viviani, complementari in maniera quasi perfetta, arrangiate dalla Brandoni con grande gusto e con la misura che solo la profonda conoscenza della musica e una visione chiara dell’obiettivo finale può dare.
La voce maschile è quella di Marco Sonaglia, l’anima musicale del quartetto. Chitarrista e compositore dotato e con all’attivo alcune incisioni di grande rilievo. A queste tre voci si aggiunge quella del produttore Michele Gazich, una voce che arriva da dietro le montagne, come un temporale annunciato, che tuona sopra al suo violino e alla sua viola (e in un caso al pianoforte), che scandisce le parole, le isola e ne amplifica il significato.
La sua è una produzione attenta e rispettosa. Le chitarre sono limpide, la fisarmonica di Emanuele Storti è determinante, con la sua alternanza al violino con cui però condivide diversi passaggi in sovrapposizione, nel caratterizzare con sobria invadenza gli stacchi e i momenti più corali.
Ed è bello che tutte queste anime musicali si siano incontrate nel luogo per eccellenza deputato all’insegnamento della bellezza e alla difesa della cultura e della memoria: la scuola. In questo caso l’Accademia dei Cantautori di Recanati, diretta da Lucia Brandoni, musicista già citata e vera e propria anima dell’intero progetto.
I Gang, Marino e Sandro Severini, sono gli ospiti d’onore di un disco che è sicuramente nato anche sulla scorta di quanto hanno proposto nella loro mirabile carriera. Intervengono soltanto in Nenè Acciaio, ma si tratta di un sigillo prezioso in un disco che è espressione autentica di un voler fare musica con impegno (e l’accezione è bivalente), serietà e rigore. Caratteristiche ormai un po’ smarrite.
E poi c’è il cameo che non ti aspetti: l’attore Giorgio Montanini che da Comedy Central e Ballarò, si è calato nelle emozioni di questo disco, recitando in Eraclio Cappannini una parte di grande spessore.
SENTIERI PARTIGIANI non è un disco di folk canonico, non lo si gode con ascolti distratti, in qualche raro momento potrebbe apparire monotono e credetemi: non lo merita. Questa è un’operazione culturale (e verrà presentata nelle scuole) ma è anche un bellissimo disco che forse vi chiederà un ascolto un po’ più attento del solito. Quest’opera – ma sì: chiamiamola così – è una prima donna: non interrompetela, siate attenti a cosa vi sta dicendo, amate le sue pause e i suoi acuti, innamoratevi delle sue sfumature. Abbiate fiducia in lei. Quest’opera vi prenderà a braccetto, vi vorrà bene, vi farà bene.
(da Vinile 13, aprile 2018)







