Vinicius De Moraes, Giuseppe Ungaretti, Sergio Endrigo
LA VITA, AMICO, È L’ARTE DELL’INCONTRO
LP Cetra, 1969
di Eloisa Atti
Che anno quel 1969!
Lo spirito di libertà invade gli animi, contagia le menti e tracima di stato in stato.
Libertà dai limiti tra realtà e fantasia, quando l’Apollo 11 tocca il sogno lunare; libertà dagli schemi quando il rock e i figli dei fiori celebrano gioventù e ribellione nei tre giorni di Woodstock; libertà di studiare per tutti grazie all’università di massa; libertà dalla guerra, invocata con la prima grande manifestazione pacifista del Moratorium Day negli Stati Uniti; libertà insanguinata in Italia con la prima vittima degli Anni di Piombo; libertà come avventura che trova la sua più iconica rappresentazione lungo le strade americane a bordo di due chopper nel film Easy Rider.
Ma la fine degli anni ’60 è anche testimone, nel nome della libertà di espressione, della fuga in Europa di artisti ed intellettuali brasiliani, considerati sovversivi dalla repressiva dittatura militare che dal ’64 avrebbe dominato e oscurato il loro paese per più di 20 anni. Gilberto Gil e Caetano Veloso scelgono Londra, Chico Buarque nel 1969 si ferma a Roma e nello stesso anno lo raggiungerà un giovane e talentuosissimo chitarrista, Toquinho. Sempre nel 1969 per alcuni mesi si trova a Roma anche un poeta immenso, diplomatico, musicista, uomo di genio e di cultura e, assieme ad Antônio Carlos Jobim e João Gilberto, padre della bossa nova: Vinicius De Moraes. Ecco il principale protagonista del disco di cui vorrei parlarvi. Il mio obiettivo è, però, scoprire assieme come Vinicius sia il pezzo dominante di un’incredibile scacchiera che vedremo man mano materializzarsi se la mia descrizione va a buon fine.
E se invece di scacchiera parlassi di una rete? Il 1969 è anche l’anno in cui viene realizzato in America il primo collegamento da remoto tra due computer, una sorta di internet in fieri! Comprenderemo proprio come questo stupefacente album del 1969 sia basato su una gloriosa rete di collaborazioni. Tuttavia, mentre la parola “rete” può contenere qualche sfumatura oscura e minacciosa, la parola “incontro” nel titolo dell’album stesso evidenzia il lato umano, cameratesco, costruttivo dell’alchimia di menti, cuori e arte che ha generato un simile capolavoro.
La potenza di questo album tra Italia e Brasile, che meritatamente vinse il premio della critica discografica, è proprio l’incontro tra i suoi protagonisti, nato dall’interazione di volontà e magia, contingenza e destino. Incontriamoli dunque anche noi e, visto che questa recensione la sto scrivendo io, vi toccherà una presentazione filtrata dalle mie impressioni e sensazioni!
Il primo è Sergio Bardotti, non potrebbe essere altrimenti, ideatore e realizzatore del progetto. In lui convergono letteratura, musica, amore per la vita e desiderio di celebrarla. E’ stato produttore di artisti come Ornella Vanoni, Mina, Lucio Dalla, Gianni Morandi, Ricchi e Poveri, New Trolls, poi pianista, poeta, autore, profondo conoscitore del Brasile, mecenate degli artisti brasiliani in Italia. Ho visto il commovente cortometraggio realizzato da Sergio Cammariere in omaggio a Bardotti, La domenica delle palle: mi hanno molto colpito il suo sorriso, la finezza della sua ironia, il calore con cui accoglie collaboratori e musicisti, la dolcezza nella sua voce mentre canta in portoghese, l’entusiasmo e l’emozione con cui segue le operazioni in studio di registrazione. In un’intervista (Ciao magazine, ott.2020 – Paola Caronni) la figlia Michela racconta di come avesse una sterminata collezione di dischi: “Di una stessa opera aveva i cd ed i dischi di tutti i direttori di orchestra che vi avevano lavorato, perché gli piaceva carpire le differenze tra uno e l’altro”. E ancora: “la casa si reggeva su un muro di libri”. Ma l’umiltà dei grandi apparteneva a questo uomo di cultura che, in una trasmissione di due puntate del leggendario Blitz che Gianni Minà dedicò alla musica brasiliana nel 1982, teneva sulle ginocchia una semplice busta di plastica colorata contenente una “documentazione minima” di quello che avrebbe poi raccontato. Ornella Vanoni, scherzando gli disse “credevo avessi la merenda”…
Bardotti amava il bello, il piacere della qualità. Viveva di passioni intense come la musica, la poesia, studiare le lingue straniere e…giocare a ping pong con Sergio Endrigo. Sì lo so, è un po’ debole come collegamento, ma era un particolare carino e secondo me anche significativo e comunque ho qualcosa di più forte. E’ di Sergio Bardotti il testo di Canzone per te con la quale Endrigo vince il Festival di Sanremo del 1968. Alla musica invece aveva collaborato Luis Bacalov, suggerendone l’inciso, ma al pianista e compositore argentino torneremo in seguito, facendo anch’egli parte di questa grande famiglia. Ora preferisco porre l’attenzione su un’importante congiuntura del destino: il cantante scelto dalla CBS per presentare Canzone per te assieme ad Endrigo era il brasiliano Roberto Carlos. I due Sergio, Endrigo e Bardotti, accettarono senza troppo entusiasmo. Tuttavia questo binomio si rivelò non solo vincente, ma anche galeotto: due mesi dopo Sanremo i nostri partirono per un’entusiasmante tournée brasiliana al seguito di Roberto Carlos, con Bardotti al piano. Bardotti, che conobbe allora Chico Buarque, attribuisce proprio a quell’esperienza la scoperta di un mondo a lui affine e l’inizio della sua storia d’amore col Brasile. Endrigo invece si era già fatto conoscere e amare in quella terra con Io che amo solo te. La leggerezza, nel senso di agilità sul tempo, la tristezza delicata, che non è mai disperazione, l’eleganza della dizione, il suono flautato della voce di Endrigo sono caratteristiche che lo rendono, a mio parere, un artista perfetto per portare al pubblico italiano le canzoni di Vinicius De Moraes, trasponendo con grande naturalezza le sonorità brasiliane in quelle italiane e compiendo una vera e propria traduzione musicale.
Le canzoni che canta in questo album sono cinque:
Perché (lato 1), ovvero la versione italiana di Bardotti del brano O que tinha de ser di De Moraes e Tom Jobim, qui eseguita in duo con Toquinho: lo struggente primo tema dal tempo delicatamente rubato approda, volando sul ritmo di una lenta bossa nova, al secondo e ultimo tema tramite un’intesa perfetta, come se i due si muovessero su uno stesso respiro. Il duo si ritrova poi nel Poema degli occhi (Poema dos olhos da amada di De Moraes-Bardotti-Soledade) in cui, a parte le due battute che introducono e concludono le strofe cantate, Toquinho non accompagna la voce con accordi, ma segue, interseca, colora, commenta il canto di Endrigo con arpeggi e frasi melodiche. L’ intimo dialogo tra i due artisti potrebbe essere quello tra un uomo e la sua anima. Apre il lato 2 una delle mie canzoni preferite da quando ero bambina – confesso di conservarne una mia versione registrata a tre anni su musicassetta: La casa. Ci sono tre momenti diversi e tre diverse tonalità in questa versione: inizia Vinicius con A casa nel suo originale testo in portoghese, accompagnato da Toquinho con accordi che scandiscono un walzer giocoso. Endrigo poi ne canta la musicalissima traduzione di Bardotti e anche l’accompagnamento muta in un arpeggio fatato. Infine il brano si apre in un tripudio di tamburelli, campanelli e con il piano che suona nel registro acuto, come uno strumento giocattolo, sotto il coro di bambini diretto da Nora Orlandi. Le loro voci argentine subito dopo eseguono La marcia dei fiori assieme a Sergio Endrigo e qui l’arrangiamento di Luis Enriquez Bacalov opera la magia, trasformando il tema della Cantata n.147 di Bach in una marcia simile ad un frevo brasiliano. Simmetricamente (il montaggio di Bardotti non ha lasciato nulla al caso) l’intervento di Endrigo si conclude, come si era aperto, con un brano di De Moraes e Tom Jobim: Se tutti fossero uguali a te. Questa volta però è accompagnato dall’orchestra diretta da Bacalov. E qui arriviamo ad un altro pezzo di valore della scacchiera.
Arrangiatore per registi come Damiani, Pasolini, Fellini, Rosi, nonché vincitore dell’Oscar per la colonna sonora de Il Postino, Bacalov è chiamato da Bardotti ad orchestrare, a dirigere e in qualità di pianista. Il piano sognante, che accompagna prima la voce delicata di Vinicius e poi la chitarra di Toquinho in A felicidade, ha un suono velato che viene da lontano: mi fa pensare ad un grande salone con specchi e pavimenti in marmo, dove danza una sola ballerina, lieve come la piuma trasportata dal vento nell’ immagine con cui il poeta descrive leggerezza e precarietà della felicità. Tra le numerose collaborazioni di Bacalov con Endrigo e Bardotti rientra un altro disco capolavoro tra Italia e Brasile, L’ARCA (1972), dove il compositore argentino arrangerà filastrocche per bambini di Vinicius De Moraes, musicate da Toquinho, assieme ad altre aggiunte dagli stessi due Sergio, ideatori del progetto al quale parteciperanno anche nomi come i Ricchi e Poveri e Vittorio De Scalzi dei New Trolls. Volete un’altra intersezione di fili della rete, così en passant? Luis Bacalov ha composto il Concerto Grosso per i New Trolls, sia il primo del 1971, sia i due successivi, 1976 e 2013.
Ma torniamo al nostro album e dedichiamoci con amore a Toquinho, che proprio in questa occasione ebbe modo di conoscere Vinicius. Nel 1970, una volta rientrato in Brasile, al giovane e virtuoso chitarrista verrà proposta dal poetinha una tournée a Buenos Aires assieme alla cantante Maria Creuza. Da lì nasceranno una grande amicizia ed una tra le più proficue collaborazioni della musica brasiliana. I due torneranno in Italia anche nel 1976 invitati da Bardotti, che, neanche a dirlo, aveva tradotto i testi e ideato il nuovo progetto: un altro album imperdibile, assieme all’Ornella nazionale, La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria.
Leone Piccioni, Maria Creuza, Sergio Endrigo, Vinicius, Toquinho
Nella già citata puntata di Blitz del 12 dicembre 1982 Gianni Minà mostra un documento eccezionale di quando il giornalista raggiunse i due artisti brasiliani a Bahia, alle origini della loro collaborazione. Toquinho è giovanissimo e bellissimo e suona e canta meravigliosamente A Felicidade, mentre guarda con ammirazione il suo mentore e amico Vinicius De Moraes. Sono seduti nel giardino della casa di Vinicius, davanti ad un piccolo tavolino quadrato con birra e posacenere. Il poeta risponde alle domande di Minà, dicendo con grande naturalezza che la canzone è per lui un grande veicolo di comunicazione e che a quei poeti che trovano sconveniente che un uomo di lettere si metta a comporre canzoni “non ci crede più”. E’ un momento incantevole perché De Moraes parla come se cantasse e Toquinho suona delicatamente, come se commentasse. “La vita, amico, è l’arte dell’incontro” è una frase che De Moraes pronuncia in Samba da bençao – composizione di Vinicius e Baden Powell che apre e chiude l’album – e Toquinho, al quale il dantescamente simmetrico Bardotti affida la traccia 3 di ogni lato, suona la Serenata dell’addio (De Moraes) e Deixa (De Moraes, Baden Powell) come se la chitarra fosse la sua voce. Ogni sua esecuzione assomiglia per me ad un invito all’ascolto profondo e intimo e predispone il cuore ad incontrare il mistero che avvolge la poetica di Vinicius.
Le poesie sono Poetica I, Sonetto dell’amore totale e estratti di A vida vivida e O mergulhador (Il tuffatore) e sono lette da un altro grandissimo poeta, che le aveva già tradotte in precedenza e che De Moraes aveva conosciuto in Brasile: il suo amico Ungà, Giuseppe Ungaretti. Il nostro poeta “immenso” era infatti vissuto dal 1937 al 1942 a San Paolo, nella cui università aveva inaugurato la cattedra di Letteratura Italiana. In quel periodo intenso si era dedicato meno alla produzione personale e di più all’arte della traduzione. Rimase colpito dal giovane poeta De Moraes e ne nacque una bella amicizia. Ungaretti spiega infatti: “Se tra il traduttore e l’autore non c’è una certa affinità d’animo, di gusti, d’intelligenza, la traduzione sarà sempre scadente”(Ungaretti 1974, “Vita d’un uomo” – Saggi e interventi). Alcune poesie di Vinicius che Ungaretti tradusse uscirono per la prima volta sulla rivista Poesia del 1946. I due si incontrarono poi nel 1969 a Roma e curarono assieme la traduzione di altre poesie, compresa la già citata Il tuffatore. La rivista L’Approdo Letterario (versione stampata dell’omonima trasmissione radiofonica e poi televisiva RAI) pubblicò la traduzione ungarettiana di cinque poesie di Vinicius. Bardotti invitò quindi il poeta a recitarne quattro in questo suo progetto. Come scrive Leone Piccioni – curatore della suddetta rivista e trasmissione e direttore di programmi culturali RAI come Bandiera Gialla – nella presentazione di copertina dell’album, Ungaretti “volentieri è entrato in un piccolo studio di registrazione, con cantanti, con suonatori, con tecnici: Bardotti aveva organizzato tutto alla perfezione […]”. La voce di Ungaretti è impressionante, profonda come le caverne di un’anima che tanto ha vissuto e tanto ha visto e provato. Nonostante le parole vengano sussurrate e mai declamate a voce piena, non si tratta di aria leggera, ma di un vento impetuoso, con una pronuncia capace di dare i brividi, ma anche di scaldare i sensi. Provate ad ascoltare con gli occhi chiusi quella R prolungata – “arrrrrdo” – nel verso “di notte ardo” della poesia che più mi ha colpito, Poetica I e ditemi poi se non vi sentite bruciare la pelle!
Un articolo su L’Indiscreto (Piccioni racconta – I falsi Comunisti, 29/01/17) che propone scritti inediti di Leone Piccioni, ne riporta uno proprio riferito all’esperienza con i brasiliani del 1969, anno tra l’altro in cui egli divenne vice-direttore generale RAI. In questa testimonianza Piccioni racconta che tra amici si ritrovavano spesso a casa di suo fratello, il pianista e compositore Piero Piccioni, con Vinicius che suonava la chitarra e cantava e con Ungaretti che traduceva i testi in diretta. Erano serate di ebbrezza, convivialità, musica e cultura. Tra le amiche appassionate di musica brasiliana c’era anche una giovane Stefania Sandrelli. Piccioni ha scritto la presentazione di questo album con l’intelligenza e la sapienza di un uomo di vasta cultura, con la preparazione del grande critico letterario qual è stato, con la conoscenza profonda della poesia in generale e di quella di Ungaretti in particolare. Forse per me è stato così piacevole leggerla perché nelle sue parole ho sentito battere il cuore di un amico fraterno del poeta italiano e ho potuto percepire anche il suo “incontro” con De Moraes e con questo specialissimo gruppo di persone che in quei magici mesi hanno costituito una vera e propria famiglia. Credetemi: questa atmosfera di fratellanza e condivisione di vita tra spiriti affini si sente vibrare in tutto l’album ed è davvero toccante.
Ho lasciato per ultimo il vero protagonista di questo disco coraggioso nel quale poesia, musica e canzoni si “incontrano” dandosi la mano senza soluzione di continuità. Non ho dedicato una sezione esclusiva a colui che è stato il nucleo, l’ispirazione, il sole luminoso attorno al quale hanno danzato tutti i pianeti di vari dimensioni e colori di cui vi ho raccontato finora. Non scriverò note biografiche su di lui in quanto la rete e la letteratura ne abbondano. Il mio desiderio era proprio di far emergere la figura di Vinicius De Moraes tramite il racconto delle modalità, delle intenzioni e delle emozioni che hanno spinto artisti e personaggi così importanti ad “incontrarsi” per celebrarlo e per condividere con lui – e con noi – un momento irripetibile e benedetto. Preferisco allora parlarvi di quanto mi abbiano commossa le sue canzoni cantate o suonate e delle frasi che porterò con me, come “perché mi stavi accanto senza dirmi che c’eri” (O que tinha de ser), o di immagini potenti come “quanti velieri e quante navi, quanti naufragi negli occhi tuoi” (poema dos olhos). Vi dirò piuttosto quanto elettrica sia la sua voce mentre dice: “Attento, amico! La vita è una cosa seria e non ti sbagliare, eh? ce n’è una sola!” o quanto mi abbia fatto sorridere sentirlo proseguire così sulla possibilità di avere due vite: “…nessuno mi convincerà che ci sono senza provarmelo con prove definitive, cioè: certificato rilasciato dal Notaio del Cielo e sottoscritto: Dio (e con firma autenticata)”. Preferisco rivelarvi che pur avendomi atterrita la sua lucidità, mi ha scaldata la sua umanità nell’incalzante batucada de Il giorno della Creazione. Sì, preferisco dirvi che sono rimasta affascinata dalla sua sensualità e avvinta dal suo mistero che affonda le radici nel candomblè, quando virilmente si presenta come “il bianco più negro del Brasile, diretto discendente del re Changò”. Mi ha intrigata la sua profondità e mi ha curata la sua leggerezza. Per concludere, come Ornella Vanoni dichiarò in quella famosa trasmissione di Minà, anch’io confesso di essermi innamorata di Vinicius e a questo punto spero, anche a posteriori, di poter rubare per me una piccola eco di quella sua benedizione finale, assieme a tutti quelli che lo hanno amato e lo ameranno per sempre.






