Eleonora Bordonaro
RODA

Finisterre

di Alberto Marchetti

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OSSIMORICA ALLEGRIA DEL DOLORE

Eleonora è una cantautrice siciliana singolare, dotata di una vocalità potente e raffinata con cadenze naturalmente popolari, una donna curiosa, sagace, fortemente attratta dal mondo della tradizione dell’isola tanto da riuscire a portare all’attenzione nazionale il galloitalico, un vernacolo locale ridotto geograficamente a una sola comunità, quella di San Fratello, in provincia di Messina, con una operazione di alto valore culturale e antropologico degno del periodo d’oro degli etnomusicologi Carpitella e Leydi.

Ma andiamo con ordine. Laureata in giurisprudenza, la ragazza di Paternò ha trovato subito nel canto e nel teatro di strada del gruppo Batarnù la catarsi e nello studio dei demologi indigeni l’intuizione eidetica. Proprio tra quei tomi di erudizione e poesia infatti Eleonora si è trovata davanti a un capitolo dedicato allo sconosciuto Lombardo di Sicilia, un dialetto misto e dalla difficile pronuncia, generato dalla contaminazione di isolani e di genti del nord, a dominanza piemontese e lombarda, scese in Sicilia al seguito di Adelasia del Vasto, consorte di Ruggero d’Altavilla. Una folgorazione.  

Sin dal primo album solista, CUTTUNI E LAMÈ del 2017 (in precedenza un album a nome Majaria Trio, LA COSCIENZA DEL FUOCO, 2013), alle composizioni in siciliano si affianca un brano in questo dialetto atipico, Li fomni, operazione che si ripete nell’opera del 2020 MOVITI FERMA, con il brano I Dijevu di Vurchean. Sono le prime elaborazioni frutto di una lenta ma caparbia profonda immersione in quel microcosmo originale e straordinariamente ricco, miracolosamente sopravvissuto al tempo e alle influenze esterne e gelosamente custodito da quel manipolo di paesani diffidenti.

È necessario allora un tempo lento di attesa e presenza per penetrarne le abitudini, carpirne l’essenza, conoscerne le meccaniche esistenziali. Fondamentale resta l’incontro con il professor Mangione, le successive bevute al bar, le cene di approccio e confidenza, la conquista dei cuori dei Giudei. Sono costoro i custodi della celebrazione più sentita, la processione del Venerdì Santo di Pasqua, che affrontano con diaboliche sgargianti improbabili divise pseudomilitari, una maschera linguacciuta, una coda cavallina e una trombetta a un pistone, in un’ossimorica efficace allegria del dolore che affranca la malinconia, disarma la solitudine, esalta la partecipazione.

È di Puccio Mastrogiovanni, sempre presente anche nel passato, l’intuizione delle mirabili potenzialità artistiche dei Giudei, della loro capacità di sfondare le arbitrarie partizioni dei generi musicali, della carica emotiva del loro apporto a un progetto così importante e tanto ben meditato. Sono loro quindi, eccezionali dal vivo, i protagonisti del nuovo album RODA, meritatamente in cinquina per la Targa Tenco 2024,cun’opera matura, complessa, ricca di stratificazioni umane e sociologiche, mirabilmente suonata, cantata, partecipata, gravida di consapevole precarietà vitale, che non dubito continuerà a crescere nel tempo fino a diventare presto album da cui non si potrà più prescindere.

(da Vinile 45, ottobre 2024)

fotografia di Alberto Marchetti

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