LA BUONA NOVELLA – A NA VISTINA DI CASA UN CIURIDDU CUSERU

Il Cantautore Necessario/Musica del Sud, 2021

  1. L’infanzia di Maria (De André-Reverberi)
  2. Il ritorno di Giuseppe (De André-Reverberi)
  3. Il sogno di Maria (De André-Reverberi)
  4. Ave Maria (De André-Reverberi)
  5. Maria nella bottega d’un falegname (De André-Reverberi)
  6. Via della croce (De André-Reverberi)
  7. Tre madri (De André-Reverberi)
  8. Il testamento di Tito (De André-Castellari)

LA BUONA NOVELLA – A NA VISTINA DI CASA UN CIURIDDU CUSERU

Non è la prima volta che vengono affrontate le canzoni di Fabrizio De André utilizzando il dialetto. Un intero album di oltre 25 anni fa, CANTI RANDAGI, univa napoletano ed emiliano, friulano e sardo e tanto altro ancora. Qui il progetto è filologicamente più rigoroso: tradurre, anzi adattare, un intero album, in siciliano e bisogna dire che analogo trattamento era stato riservato a un altro disco capolavoro, CRÊUZA DE MÄ, tradotto in quel caso in napoletano. Oggetto, invece, di questa operazione è LA BUONA NOVELLA, 33 giri che De André pubblicò alla fine del 1970 e che era incentrato sui Vangeli Apocrifi e in particolare sulla figura di Maria di cui si ripercorreva la vita, partendo dall’adolescenza.

Il cantautore Francesco Giunta è l’ideatore del progetto e colui che ha adattato, con grande finezza e sapienza, i testi originali, tra i più poetici del cantautore genovese. Giunta ha poi affidato alla pianista agrigentina Beatrice Cerami, l’adattamento per pianoforte delle musiche che, ricordiamo, furono composte da De André con Gian Piero Reverberi. Per le parti cantate si è scelto di utilizzare, con scelta felice per chi scrive, esclusivamente voci femminili. E che voci: Laura Mollica è considerata una delle più importanti interpreti siciliane con acclamate esibizioni in tutti i teatri del mondo, Cecilia Pitino, nata in provincia di Ragusa, ha una altrettanto importante carriera internazionale con una certa predilezione per il territorio parigino. Ha i natali a Caltanissetta Alessandra Ristuccia, cantante dalla voce particolare e potente e con un repertorio spesso immerso nel sociale. Infine Giulia Mei, cantautrice con un riuscito album all’attivo e un secondo in preparazione. I diversi timbri e le differenti capacità espressive riempono di colori la tavolozza sonora di questo tributo di rara intensità, assecondati da un pianoforte spesso incisivo e da inserti di percussioni (Giuseppe Greco) a volte sobri e delicati e altre più presenti.

Rispetto alla stesura originale mancano i due pezzi inclusi in apertura e chiusura (Laudate Dominum e Laudate Hominem) e il disco si apre direttamente con L’infanzia di Maria e pur non conoscendo il siciliano, è abbastanza agevole apprezzare il lavoro di Giunta. Poi è facile approfondire visto che nel ricchissimo libretto interno, sono presenti i testi originali con a fianco i nuovi in dialetto. L’intensità poetica e la potenza melodica (e armonica) dei vari brani, non è minimamente inficiata in questa nuova versione: Il ritorno di Giuseppe, Il sogno di Maria e Ave Maria, sono magiche anche in questa lezione, l’incredulità di Giuseppe nello scoprire la gravidanza di Maria al suo ritorno, la drammaticità del sogno di Maria e la levità dell’invocazione di Ave Maria, coinvolgono allo stesso modo in cui accadeva con la voce grave di De André. Le domande incalzanti rivolte al Mastru d’ascia, sono altrettanto incisive rispetto a quelle che Fabrizio faceva rivolgere al Falegname. Ecco, solamente qui (in Maria nella bottega d’un falegname) si avverte l’assenza di una base ritmica più ricca nei momenti cantati a più voci, prima del bridge che nell’originale vedeva Mauro Pagani impegnato con l’ottavino, suo esordio con la futura PFM, ma è un dettaglio. E anche la cinematografica Via della croce e la sontuosa Tre madri, episodi davvero alti del disco, reggono benissimo il confronto con gli originali, anzi il dialetto dona loro una linfa nuova, un sapore differente e che sia prelibatezza delicata o spezia piccante, poco importa: ogni ascolto riserverà una sorpresa come solo le grandi opere sanno fare. Il disco si chiude con uno dei brani più ricordati di questo album, spesso riproposto da De André nei concerti, Il testamento di Tito. Inizialmente il cantautore lo scrisse sulla musica di Blowin’ In The Wind di Bob Dylan, e poi – forse per motivi editoriali o semplicemente per un fatto artistico – utilizzò una melodia composta da Corrado Castellari alla cui stesura collaborò anche il cantante Michele, grande amico di Fabrizio.

Poi c’è L’infanzia di Maria ma solo perché non ho resistito a far ripartire tutto da capo. Scherzi a parte, questa è un’operazione da cinque stelle e la confezione non è da meno: un libretto di 16 pagine con belle foto in bianco e nero delle protagoniste, scatti di Pierluigi Greco, assieme ad altri realizzati dallo stesso Giunta a un concerto di De André in Sicilia nella prima torunée del 1975, poi ci sono i testi in italiano e quelli in dialetto, una bella introduzione del prof. Giovanni Ruffino e altri scritti di Francesco Giunta e di Edoardo De Angelis, curatore del progetto, suo anche il recitativo posto in chiusura de L’infanzia di Maria.

Di tributi a Fabrizio De André ne sono stati fatti molti, di tutti i tipi. Questo spicca davvero. Dori Ghezzi ha patrocinato subito questa iniziativa e non si può non essere d’accordo, non riesco a immaginare una critica o una riserva possibile per questa Buona Novella.

Michele Neri (Vinile 30, agosto 2021)

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